"Un Paese è sviluppato non quando i poveri posseggono automobili, ma quando i ricchi usano mezzi pubblici e biciclette" Gustavo Petro, sindaco di Bogotà.
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Torna anche quest'anno il 5 per mille dell'Irpef al mondo del no-profit e del volontariato. Un modo in più per sostenere anche le nostre attività... senza spese, basta indicare il codice fiscale del Circolo: 95016700106 e mettere una firma nello spazio riservato alle associazioni.

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Programma 2015, ci mettiamo la faccia

guide 2015

E' on line il programma 2015 del Circolo. Lo trovate qui in home page in alto a destra . In questa foto una parte degli accompagnatori volontari che guideranno i percorsi nel nuovo anno.

Partita Doppia: pedalar leggendo

Grande successo all'iniziativa "Partita Doppia: pedalar leggendo" svolta in collaborazione con il Collettivo Linea S 

Qui ci sono alcune delle foto dell'evento e qui il testo in cinque atti letto dai componenti del Collettivo. Su facebook trovate anche le belle foto scattate da Angelo Lavizzari

I prossimi appuntamenti saranno sempre alle ore 15:00 in Piazza De Ferrari a Genova nei giorni 22 febbraio e 15 marzo. Vi aspettiamo.

Il Collettivo Linea S nasce alla fine del 2013, quando Giulia Cocchella, Andrea Fabiani, Federica Kessisoglu, Dario Manera e Marta Traverso decidono di fondere insieme le diverse esperienze maturate nei campi della comunicazione, del teatro, dell'editoria e dello storytelling, al fine di sperimentare nuove tecniche di narrazione.

Attraverso le attività di scrittura e lettura, il Collettivo Linea S si propone di uscire dai luoghi chiusi e scendere nelle strade, nelle piazze, ovunque ci sia qualcuno disposto ad ascoltare, nell'intento di azzerare la distanza che spesso la stampa pone tra autore e fruitore. E la bici è un ottimo mezzo per azzerare questa distanza.

Il nome Collettivo Linea S è un omaggio a Exercices de style di Raymond Queneau.

Indagine nazionale in bici al lavoro: come e perché

VAI IN BICI AL LAVORO?
Oppure lavori ma non ci vai in bici?

In ogni caso, raccontacelo! partecipa al sondaggio "IN BICI AL LAVORO: COME E PERCHÈ" organizzato da FIAB in tutta Italia.

Leggi tutto: Indagine nazionale in bici al lavoro: come e perché

Partita Doppia, la prima storia

Testo di Marta

Giacomo se n'era accorto, che ultimamente era sulle nuvole. Così una mattina lo affrontò nel giardino della scuola, mentre durante la ricreazione aspettavano il loro turno di salire sullo scivolo alto, per poi scendere giù lungo la pertica. «Guarda che l'ho capito, cos'hai». Nicola diventò un po' viola e un po' magenta, con uno spruzzo di lilla sulla punta del naso. «Sei triste per Dragon Ball, vero?». Nicola infilò le mani sudate in tasca e per finta biascicò un sì a testa bassa. «Senti, io non te lo volevo dire, ma mio cugino che ha tutti i fumetti mi ha spiegato che Crili non è veramente morto, che dopo un po' di puntate resuscita perché Goku trova tutte e sette le sfere del drago». Nicola tornò del suo colore di sempre. «Sì, ecco... io ci ero rimasto male. Non deve morire mai nessuno, nei cartoni». Giacomo sorrise: «Sì, è vero. Pensa che mia sorella guardava un cartone, che si chiama Candy dolce Candy o una roba così, che uno muore cadendo da cavallo e un altro in guerra e un'altra rimane viva ma senza una gamba». «Come, senza una gamba?» «Sì, proprio senza. Come quando giochiamo al pampano, solo che lei la gamba non ce l'ha proprio». Nicola non rispose e salì sullo scivolo. Pensò che Lucia sarebbe stata la più bella della classe anche con una gamba sola. Le avrebbe regalato una sedia a rotelle tutta rosa, e l'avrebbe legata alla bicicletta per portarla in giro come in carrozza. Poi si vergognò un pochino, perché mica voleva che Lucia rimanesse con una gamba sola. Quando rientrò in classe, Nicola aprì di nascosto il dizionario di inglese che teneva sotto il banco, e scoprì che la gamba si può chiamare anche leg.

partitadoppia martaDecise che avrebbe fatto la dichiarazione d'amore a Lucia l'ultimo giorno di scuola, prima di Natale, e le avrebbe lasciato tutte le vacanze per pensarci, come fanno i grandi, nelle telenovele che guarda la mamma.

Aveva scritto con cura la sua letterina a Babbo Natale: gli aveva chiesto, di nuovo, la bicicletta rossa, e anche la serie completa dei DVD di Dragon Ball Z, la maglietta del Milan per suo fratello e un pacchetto di caramelle per i bambini poveri. Spiegò a Babbo Natale che era stato buono tutto l'anno, aveva sempre fatto i compiti, si lavava i denti anche dopo la merenda e non ha pianto quando la mamma lo ha portato dal dottore per il vaccino. Voleva spiegargli bene anche il resto, che voleva la bicicletta rossa per portarci la sua innamorata, ma pensò che a Babbo Natale queste cose non interessano.

Quella mattina si svegliò prima del solito, fece colazione, e dopo la doccia mise di nascosto due gocce della colonia di suo papà. Ripeté a memoria la frase, che nel frattempo si era un po' allungata. Ora iniziava con "Ho scritto una little letter a Santa Claus e gli ho chiesto come present di Natale una bycicle tutta rossa...", e da lì poi si ricollegava al giro lungo la street che porta fino alla beach. Sul pulmino sedette in fondo, da solo, ripetendo più volte a memoria la frase. Voleva dirgliela appena sceso, prima di entrare in classe, cercarla e dirgliela tutta di un fiato. Solo che, quando il pulmino si fermò davanti alla scuola, Nicola vide dal finestrino l'ultima cosa che avrebbe voluto vedere.

Lucia pedalava in piedi sulla bicicletta rossa di Ernani, girando in tondo attorno all'altalena. Il pon pon del suo berretto sembrava ballare. Ernani batteva le mani, muoveva la bocca, forse cantava. Poi, quando l'autista del pulmino per la terza volta sbraitò a Nicola di alzarsi e scendere, Lucia frenò. Ernani prese la bici e lei gli diede un bacio sulla guancia. Poi avvicinò la bici alla ringhiera del cancello e la legò con una catena. Nicola pensò che non lo sapeva, come si dice catena in inglese, ma suo fratello una volta gli aveva spiegato che le catene da bicicletta non servono a niente, riesce a tagliarle persino un paio di forbici per il giardino. Ecco, queste parole Nicola le sapeva. Un paio di scissors per il garden, pensò. E ripeté queste parole molte volte, camminando, finché gli entrarono in testa.

 

Testo di Federica

Il primo giorno delle vacanze estive Nicola prese una decisione. Aveva presentato una pagella piena zeppa di insufficienze e i suoi genitori lo avevano minacciato di non farlo uscire fino a settembre.

"Però ho distinto in inglese!"
La sua osservazione non sortì l'effetto sperato e si ritrovò sdraiato sul letto della cameretta a contemplare il soffitto e proiettarvi i pensieri. Il fratello era partito per il campo estivo e così in quei giorni, poteva spadroneggiare in quello spazio di libertà di tre metri per tre.
Pensava che poteva telefonare a Giacomo e andare insieme al mare, oppure poteva prendere la bici grigia e scassata ereditata dal cugino e pedalare fino a raggiungere il punto in fondo alla beach che solo lui conosceva.
Un punto dal quale poteva osservare, non visto, una porzione di spiaggia frequentato da qualche tempo, da un gruppo di nudisti.
Poi pensò che mamma e papà non gli avrebbero mai permesso di uscire.
La pagella, in effetti, lasciava a desiderare e il suo congedo dalle medie era stato disastroso.
L'unico esponente del corpo insegnanti entusiasta di lui, era la Bardi, quella di inglese. Una signora piuttosto bassa di statura, dai lineamenti marcati, ma dalla messa in piega sempre perfetta. Sfoggiava dei completi color pastello che avrebbero fatto invidia alla vecchia Elisabetta d'Inghilterra, pensava Nicola.
La Bardi entrava in classe a testa alta, posava la borsa sulla cattedra e immancabilmente salutava gli studenti: "Good morning boys and girls". Nel frattempo, volavano astucci e aeroplani di carta mentre dal fondo dell'aula qualcuno urlava: "I wanna be Anarchy!"
partitadoppia federicaDa qualche tempo Nicola aveva scoperto la musica punk; prima con i Green Day, poi era andato alla radice del movimento e passava le ore a fare il matto come i Sex Pistols.
Si chiudeva in camera, le cuffie ficcate nelle orecchie, la musica a palla e urla e salti sul letto, finché sua madre bussava alla porta dalla disperazione, minacciandolo di buttare tutto il suo ciarpame nel cassonetto.
Nicola divagava: i pensieri sul soffitto della stanza pieni di luce e fumo.
Come detto, aveva preso una decisione: avrebbe fatto tutto quello che occorreva per andare alla festa di Lucia.
Anche se, dopo le elementari, frequentava un'altra scuola, Nicola non l'aveva persa di vista. Il pomeriggio sapeva quali posti frequentava e faceva in modo di camminarle davanti per farsi notare: una specie di pedinamento al contrario.
Lucia portava i capelli sempre lunghi, a volte raccolti in una coda morbida, a volte sciolti. Quest'ultima pettinatura era quella che Nicola preferiva: quando le ricadevano sugli occhi, Lucia aveva una grazia tutta sua nello scostarli dal volto.
Il fatto è che Nicola era sempre senza il becco di un euro.
Il fatto è che Lucia aveva un sacco di ammiratori.
Il fatto è che avrebbe voluto presentarsi da lei spavaldo, con jeans, camicia attillata e cravatta rossa come i Green Day.
Il fatto è che i suoi l'avevano messo in castigo e adesso pensava a come scappare di nascosto.
Il fumo si diradò un poco: avrebbe chiamato Giacomo.
Attese che la madre uscisse per andare a fare la spesa e si attaccò al telefono.
"Jack, mi devi aiutare. Tra due settimane c'è la festa a casa di Lucia e io ci voglio andare a tutti i costi."
"Ancora Lucia? Ma lasciala perdere. Sono anni che le stai dietro e lei nemmeno ti guarda".
"Non mi interessa. Voglio fare colpo. Quella sarà la mia occasione. Se fallisco mi metto a studiare il basso e fondo un gruppo".
"Tu sei fumato, anzi hai fumato, dì la verità!"
"Magari, Jack! Dai, quando arriva mia mamma le dico che ti ho chiesto di darmi ripetizioni di matematica. Sa che sei bravo e se la berrà. Le prossime settimane ti chiedo di venire a casa mia puntuale come un orologio per darmi ripetizioni e poi la sera della festa possiamo dire che ti raggiungo a casa per venirti incontro e magari che mi fermo a dormire da te, che ne dici?"
"Non funzionerà!"
"Fidati! E' l'ultimo favore che ti chiedo".
Nicola interruppe la comunicazione prima che Giacomo potesse ribattere.
Al rientro della madre Nicola l'aiutò a mettere a posto la spesa e le raccontò di essere molto dispiaciuto per i brutti voti in pagella e che, per dimostrare la sua buona volontà, aveva chiesto a Giacomo di venire a casa per dargli ripetizioni di matematica.
La madre lo fissò. Nicola sostenne lo sguardo.

A partire dal giorno seguente Giacomo iniziò le finte ripetizioni di matematica, che proprio del tutto finte non erano.
"Già che vengo ripasso pure io" gli disse l'amico.
"Sei proprio una secchia" ribatté Nicola.
Il giorno della festa, Nicola riuscì a convincere i suoi a lasciarlo andare da Giacomo per le consuete lezioni. Fu più difficile del previsto: nonostante l'impegno dimostrato in quei quindici giorni, erano ancora troppo arrabbiati per il disastroso risultato scolastico.
Rimaneva il problema della sera: l'aver strappato il consenso dei suoi per l'uscita extra, l'aveva lasciato senza argomenti per la seconda parte del piano.
Nicola era fiducioso. Qualcosa si sarebbe inventato di certo.
Aveva messo la camicia bianca attillata nello zainetto insieme a un paio di tubi di Pringles: il suo contributo per la festa.
Alle 16 in punto, salutò la madre e inforcò la bici pedalando con foga per raggiungere la casa dell'amico. Immaginava di dover liberare Lucia dalle mani di un bruto, l'Ernani, tanto per fare un nome. Quello scemo le ronzava intorno continuamente e Nicola sentiva un calore partirgli dalle orecchie e diffondersi per tutto il corpo, quando lo vedeva avvicinarsi a lei.
Giunto a casa di Giacomo cacciò l'immagine dell'Ernani dalla mente per far posto ai piani di fuga.
Casa di Lucia non distava molto da quella di Giacomo, giusto un paio di isolati, che avrebbero potuto raggiungere comodamente in sella alle bici.
Nicola non riuscì a convincere Giacomo a saltare matematica per progettare l'uscita e quel pomeriggio le equazioni non gli entrarono in testa.
L'unica equazione che riusciva concepire era Festa uguale Lucia, quindi Lucia più Nicola uguale Amore.
Dopo due ore che a lui parvero non finire mai, finalmente riuscì a concentrarsi e a portare Giacomo dalla sua parte.
"Jack, tu ci vai alla festa no?"
"Sì"
"Tua mamma non sa che sono in castigo e dunque non si insospettirà se vengo via con te, giusto?"
"No"
"Allora dico ai miei che rimango a cena da te e che torno a casa un po' più tardi, dato che vogliamo finire un certo numero di esercizi, che ne dici?
"Non funzionerà!"
Nicola sbuffò, chiamò casa, raccontò la bugia e sorrise soddisfatto all'amico.
"Jack, sei pessimo. Hai visto? Vengo con te alla festa. Facile come un'addizione. Devo rientrare per le 21, dunque prepariamoci e andiamo. Non posso perdere tempo."
Nicola indossò la camicia attillata e costrinse Giacomo a frugare nell'armadio dei suoi genitori per recuperare una cravatta. Ne trovarono una nera e sottile che a Nicola piacque. Persero un bel po' di tempo nel tentativo di fare il nodo, ma grazie a un video scovato su internet, in qualche modo ci riuscirono.
Volarono sulle biciclette e finalmente raggiunsero la casa dove abitava Lucia.
Nicola vide il Phantom F12 con le fiamme sulla scocca che Ernani aveva ricevuto dai suoi genitori come regalo per la promozione, legato al cancelletto di ingresso e gli si infiammarono le orecchie.
"Il fighetto è già qui" pensò a voce alta.
Il portone si aprì e Nicola salì le scale a due gradini per volta, mentre Giacomo cercava di stargli dietro col fiatone. "Non correre! Non ci insegue nessuno. Sei pazzo!"
Alla porta lo attendeva la sorella maggiore di Lucia. "Ciao, accomodatevi. Potete lasciare gli zaini in camera di Lucia, là sulla destra. Se andate dritti trovate la sala dove ci sono tutti."
Nicola capì solamente che mancavano pochi metri alla meta, pochi passi lo separavano dal tempo che avrebbe usato per contemplare Lucia e magari anche per parlarle.
Si tolse lo zaino, lo cacciò tra le braccia della ragazza e noncurante dello sguardo di fuoco che gli rivolse, partì per raggiungere la sala.
La stanza era in penombra. Le persiane erano state chiuse per creare un po' di atmosfera anche grazie a un paio di luci strobo e psichedeliche piazzate ad arte. Sentì la musica: l'ultimo singolo degli Zero Assoluto. La stanza era piuttosto grande e in fondo sulla destra notò il tavolo con beveraggi e cibo assortito.
Nicola iniziò a scandagliare il salone alla ricerca di Lucia. C'era già parecchia gente: la cosa lo infastidì e pensò al tempo perso per farsi il nodo della cravatta.
Riconobbe alcuni compagni e i ragazzi della piazzetta intenti a bere e mangiare patatine.
Vagò per un po' da una parte all'altra senza trovare Lucia.
La musica cambiò: "Don't wanna be an American Idiot!" I Green Day!
Le sue gambe partirono da sole e Nicola iniziò a saltare per la stanza e a pogare. Si sentiva libero e gli spintoni che riceveva di rimando lo caricavano di nuova energia. Cominciò a girare su se stesso e a ciondolare il capo, finché si formò il vuoto intorno e vide due ombre disegnate nello specchio della porta.
Si bloccò di colpo.
Lucia ed Ernani entrarono nel salone mano nella mano.
Nicola si smaterializzò per ricomparire davanti al Phantom dell'Ernani.
Una rabbia incontenibile e solida si impossessò delle sue mani.
Buttò il motorino per terra, prese un temperino dallo zaino e fece a pezzi il sellino.
Con rinnovata energia saltò sul motorino più e più volte finche non sentì il rumore dello schianto.
Spossato e soddisfatto si sedette accanto al nemico vinto e si allentò la cravatta.

Testo di Andrea

Nicola scivola su via Indipendenza senza fretta,‭ ‬pedala lentamente,‭ ‬non gli piace correre,‭ ‬non vuole sudare.

La strada verso il centro è poco trafficata e può godersi il tepore della primavera e l'aria fresca sulla faccia.
Si sente strano,‭ ‬una di quelle sensazioni che sono come una nota di fondo.‭ ‬C'è qualcosa in questa giornata che sembra la chiusura di un cerchio.
Ripensa agli ultimi cinque anni,‭ ‬e sorride.‭ ‬Per la prima volta gli sembra di non aver sbagliato un colpo.
Non ha mai avuto fiducia nelle sue scelte,‭ ‬ma ora,‭ ‬mentre l'arco medioevale della porta gli viene incontro,‭ ‬comprende che tutte le scelte sbagliate che ha fatto sono state comunque indispensabili a portarlo qui.
Se non avesse spaccato il motorino di Ernani,‭ ‬se non lo avessero beccato subito,‭ ‬se non avesse dovuto ripagarlo,‭ ‬non sarebbe mai andato a lavorare come cameriere da Fuoco e Fiamme,‭ ‬il ristorante pizzeria del paese.‭ ‬Non avrebbe mai pensato che in fondo per lui continuare gli studi non aveva molto senso,‭ ‬che era meglio concentrarsi sul guadagnare dei soldi.
E se non avesse abbandonato gli studi,‭ ‬non avrebbe deciso di lasciare il paese per la città.
E se suo fratello non se ne fosse andato prima di lui forse non avrebbe avuto il coraggio di farlo.
Suo fratello,‭ ‬raggiunta la maggiore età si era arruolato ed era partito volontario per andare a combattere in un paese che‭ ‬Nicola nemmeno sapevo dove fosse.
Sua madre aveva pianto per settimane,‭ ‬subito prima e subito dopo la sua partenza.‭ ‬Piangeva di nascosto,‭ ‬in camera con la porta chiusa.‭ ‬Pensava non la sentissero,‭ ‬ma la sentivano tutti.
Suo padre non piangeva,‭ ‬mostrava orgoglio,‭ ‬ma era un modo di nascondersi anche il suo.‭ ‬Aveva sempre il volto scuro,‭ ‬si vedeva che era preoccupato.
In quei giorni Nicola si sentiva trasparente,‭ ‬come se non esistesse,‭ ‬nessuno sembrava essere più arrabbiato per il casino della festa,‭ ‬nessuno si preoccupava se mangiava poco o se andava male a scuola.
Finse anche lui,‭ ‬si adeguò a quella che sembrava essere l'attività principale della famiglia.‭ ‬Fingeva che non gli importasse più di tanto essere diventato trasparente.‭ ‬Si diceva che sarebbe stata solo questione di tempo:‭ ‬una volta partito suo fratello si sarebbe riappropriato del suo posto in casa,‭ ‬forse avrebbe addirittura guadagnato più attenzioni,‭ ‬essendo diventato l'unico figlio a portata di mano.
Non andò così.
partitadoppia andreaI pensieri dei suoi genitori rimasero sempre concentrati sul suo fratello soldato.‭ ‬All'ora di pranzo a tavola si guardavano tutti i telegiornali e non si poteva parlare.‭ ‬Quando finiva uno,‭ ‬si cambiava canale e si passava su un altro.‭ ‬Sua madre cercava di immagazzinare e elaborare informazioni su tutto,‭ ‬per elaborare una teoria sociopolitica che potesse darle una qualche idea sul futuro del figlio.
Cucinava solo fettine di carne e patate bollite.
Una sera Nicola interruppe il rito del telegiornale.‭ ‬Masticò a lungo un pezzo di patate e quando l'ebbe ingoiato disse che non avrebbe continuato gli studi.‭ ‬ I suoi genitori,‭ ‬ne era certo,‭ ‬si sarebbero opposti.
Sua madre si allungò sul telecomando e tolse il volume al televisore.‭ ‬Lo guardò per qualche istante rigirandosi in testa le sue parole.‭ ‬Quando fu sul punto di parlare parlò invece suo padre,‭ ‬disse che era una scelta ragionevole.
Sua madre ridiede volume al televisore.
La sera Nicola andava a lavorare da Fuoco e Fiamme.‭ ‬Era bravo,‭ ‬cercava di essere gentile coi clienti,‭ ‬soprattutto con le famiglie,‭ ‬gli piaceva che,‭ ‬di rimando,‭ ‬loro fossero gentili con lui,‭ ‬che gli dicessero bravo,‭ ‬lo ringraziassero.‭ ‬Coi turisti parlava in inglese.‭ ‬I turisti davano grosse mance.‭ ‬Gli italiani soltanto spiccioli,‭ ‬ma a lui non importava molto.‭ ‬Più di ogni altra cosa voleva qualcuno che fosse contento di lui.‭ ‬Anche Gaspare,‭ ‬il titolare,‭ ‬era contento di lui.‭ ‬Gli diceva sempre che era un coglioncello inutile,‭ ‬ma lo diceva ridendo e si capiva che pensava esattamente l'opposto.
La paga non era un granché,‭ ‬ma spendere non spendeva niente.‭ ‬Quando‭ ‬ebbe finito di ripagare a suo padre i soldi‭ ‬che aveva anticipato per i danni al motorino di Ernani,‭ ‬si aprì un conto in banca e cominciò a mettersi da parte un po‭' ‬di euro.
I pomeriggi li passava con Giacomo,‭ ‬che era l'unico amico che aveva.‭ ‬L'estate in cui si diplomò fecero la loro prima vacanza da soli.‭ ‬Pagò quasi tutto Nicola.
Al ritorno Giacomo si iscrisse all'università e lasciò il paese.
Nicola restò lì ancora due o tre mesi,‭ ‬poi decise di andare in città anche lui.
Gaspare lo raccomandò a un suo vecchio amico che aveva un ristorante nel centro storico e cercava camerieri.‭ ‬Parlò così bene di lui che per il primo mese il suo nuovo padrone lo ospitò in casa sua.
Dopo si trovò una stanza in periferia,‭ ‬in condivisione con due ragazzi albanesi.
Uno,‭ ‬Ismail,‭ ‬non parlava mai.‭ ‬L'altro non faceva altro.
Quello che parlava si chiamava Gjergji,‭ ‬ma si faceva chiamare Giorgio,‭ ‬fingeva in tutti i modi di essere italiano.‭ ‬Diceva che tutti credevano fosse italiano e che era un bene.‭ ‬Se pensano che tu sia albanese ti prendono subito per uno spacciatore,‭ ‬ti sbattono contro un muro e ti perquisiscono.‭ ‬E non è una buona cosa,‭ ‬se sei effettivamente uno spacciatore.
Dopo qualche mese Nicola chiese a‭ ‬ Gjergji e Ismail‭ ‬di partecipare al loro commercio.‭ ‬Non era un gran commercio,‭ ‬ma questo era il suo punto forte.‭ ‬Se compri in grande quantità,‭ ‬aveva detto Gjergji,‭ ‬pensano subito che tu sia uno spacciatore.‭ ‬E non è una buona cosa,‭ ‬se sei effettivamente uno spacciatore.
Perciò compravano solo medie‭ ‬quantità di erba e fumo.‭ ‬Ogni tanto un po‭' ‬di MDMA.
Tagliavano tutto e rivendevano a buon prezzo.‭ ‬Nicola faceva le consegne.
Andava in giro in bicicletta.‭ ‬Pensava che comunque nessuno avrebbe mai sospettato di un italiano in bicicletta.
La bicicletta trasmette sempre un'idea di onesta,‭ ‬aveva detto Gjergji.‭ ‬Ed è una buona cosa quando in realtà non sei una persona onesta.
Nascondeva i pezzi di fumo nel manubrio,‭ ‬quando si fermava sfilava una manopola,‭ ‬lo estraeva e rimetteva a posto la manopola.‭ ‬Una cosa veloce e semplice.
Le buste d'erba le attaccava sotto la sella con lo scotch.
Col tempo si fece un buon giro di clienti,‭ ‬per lo più studenti universitari che gli segnalava Giacomo.‭
‬Gli piaceva vendere agli studenti.‭ ‬Era incredibile quanto si sentissero furbi e adulti e quanto invece fossero piccoli e scemi.‭ ‬Alla maggior parte avrebbe potuto vendere del cartone o della maggiorana e non si sarebbero accorti di niente.‭ ‬Prendevano tutto,‭ ‬pagavano coi soldi della paghetta che gli spedivano mamma e papà e se ne andavano belli felici verso il loro illuminato futuro.
Osservandoli,‭ ‬per la prima volta in vita sua,‭ ‬Nicola cominciò a sentirsi superiore a qualcuno,‭ ‬più grande,‭ ‬più esperto.‭ ‬E soprattutto più intelligente.
Si concesse vestiti più costosi,‭ ‬telefoni più moderni,‭ ‬una xbox.‭ ‬Più guardava le cose che comprava più pensava che a pagarle era stata la stupidità di tutti quei ragazzi ricchi,‭ ‬gente che non aveva la minima idea di cosa significasse lavorare.
Appoggiato al muro,‭ ‬accanto alla bici,‭ ‬guardando le persone entrare e uscire dalla facoltà,‭ ‬Nicola sorrideva.
Finché un giorno,‭ ‬qualche giorno fa,‭ ‬ha sentito quella voce chiamare il suo nome e i piedi gli‭ ‬sono sprofondati nelle sabbie mobili del tempo.
Si‭ ‬è voltato a destra e‭ ‬ha visto Lucia in piedi accanto a lui.
‭"‬Cosa ci fai qua‭?"‬ ha chiesto lei.
Nicola‭ ‬ha estratto i piedi dalle sabbie mobili,‭ ‬si è ripreso,‭ ‬ormai‭ ‬era cresciuto,‭ ‬sapeva cosa fare.‭ ‬Ha vacillato per un secondo,‭ ‬ma un secondo soltanto.‭ ‬Ha sorriso.
‭"‬Studio‭ – ‬le ha detto‭ – ‬come te.‭"
Le‭ ‬ha raccontato brevemente che‭ ‬aveva ripreso gli studi,‭ ‬che‭ ‬aveva preso il diploma da privatista,‭ ‬che adesso era iscritto a lingue.
La sceneggiata‭ ‬ha funzionato,‭ ‬Nicola ha imparato a capire quando una ragazza abbocca all'amo,‭ ‬ormai.‭ ‬O almeno lo crede.
Le‭ ‬ha detto che doveva scappare,‭ ‬che‭ ‬aveva una lezione,‭ ‬ma che‭ ‬avrebbero potuto‭ "‬prendere un aperitivo una di queste sere.‭ ‬Lunedì‭?"
Lucia‭ ‬ha accetto.
E oggi è lunedì e Nicola non lavora,‭ ‬il ristorante è chiuso,‭ ‬e lui pedala lentamente per via Indipendenza,‭ ‬verso il suo appuntamento con Lucia.
Pensa che in fondo non l'ama più,‭ ‬ma che scoparla avrebbe senso,‭ ‬chiuderebbe un cerchio,‭ ‬appunto,‭ ‬sarebbe un'altra rivincita.‭ ‬Nei confronti del paese,‭ ‬dei suoi compagni di scuola,‭ ‬di quello stronzo di Ernani.
Lucia lo aspetta in centro,‭ ‬sotto i portici.‭ ‬Nicola arriva,‭ ‬scende al volo dalla bici e la bacia sulla guancia con un gesto atletico.‭ ‬Passeggiano per un po‭'‬,‭ ‬chiacchierando,‭ ‬ricordano i tempi di quando erano bambini.‭ ‬Lui le chiede di Ernani,‭ ‬lei gli dice che era solo uno stronzo.‭ ‬Lui si ferma e le sorride,‭ ‬sorride anche lei.‭ ‬Lui si allunga per baciarla.‭ ‬Una voce dice:‭ "‬Ehi‭!" ‬Lucia dice:‭ "‬Tommaso‭!"‬ Tommaso dice:‭ "‬chi cazzo è questo‭?" ‬indicando Nicola che risponde:‭ "‬chi cazzo sei tu‭?"
"Il suo fidanzato‭" ‬risponde Tommaso indicando Lucia.
Lucia non dice niente e Nicola si sente forte perché lei non ha ancora detto:‭ "‬è solo un mio amico‭"‬.‭ ‬Pensa che lei si sia stancata di questi ragazzotti senza arte né parte.
Dà una spinta a Tommaso e gli dice:‭ "‬togliti dal cazzo,‭ ‬studentello di merda.‭"
‬Tommaso fa un passo indietro,‭ ‬ha una faccia stupita.‭ ‬Poi fa un passo in avanti e abbatte un pugno pesante come un incudine sulla faccia di Nicola che vola all'indietro,‭ ‬trascinando con sé la sua bicicletta.
Dalla sella si staccano due bustine d'erba,‭ ‬Nicola allunga una mano e le prende e pensa già di rialzarsi e spaccare la testa a quel ragazzino di merda di Tommaso,‭ ‬ma prima che possa farlo l'altro gli salta addosso,‭ ‬lo gira a faccia sotto,‭ ‬gli pianta un ginocchio nella schiena e dice a Lucia:‭ "‬prendi il telefono.‭ ‬Chiama‭!"
Poi rivolto a Nicola:‭ "‬sorpresa,‭ ‬stronzetto,‭ ‬non sono uno studentello di merda‭"‬.‭ ‬E dopo una pausa molto teatrale:‭ "‬Sono carabiniere‭"‬.

Testo di Giulia

Lavoro di pubblica utilità,‭ ‬o sostituzione della pena,‭ ‬o sanzione penale,‭ ‬se vi piace di più.‭ ‬Era divertente che un'unica cosa si potesse chiamare con tanti nomi,‭ ‬pur restando sempre uguale nella sostanza.‭ ‬Nicola si ricorda che anche da bambino questo fatto lo ha affascinato,‭ ‬si ricorda di aver pensato:‭ ‬tavolo e‭ ‬table indicano lo stesso oggetto,‭ ‬due parole per la stessa cosa.‭ ‬È un pezzo che Nicola si scopre assorto in pensieri che ha già pensato,‭ ‬intere frasi che la sua mente ha già ospitato una,‭ ‬due,‭ ‬dieci volte.‭ ‬Gli accade così spesso ultimamente,‭ ‬che ha paura che le capacità del suo cervello siano finite del tutto,‭ ‬di essersi bevuto il bicchiere della staffa.‭ ‬Ma non lo dice a nessuno.
Oggi è il suo compleanno e insieme il suo ultimo giorno di lavoro alla Ciclofficina.‭ ‬La pena sostituita è stata estinta,‭ ‬per così dire.‭ ‬Stamattina c'è Nerio sulla porta ad aspettarlo:‭ ‬Nico legala fuori la tua bici,‭ ‬dentro non c'è più spazio.‭ ‬Che cazzo dici non c'è più spazio‭? ‬Ci hanno portato ventiquattro biciclette,‭ ‬scassate come giocattoli.‭ ‬È tutto pieno.‭ ‬Nicola lo guarda interrogativo,‭ ‬Nerio distoglie lo sguardo,‭ ‬butta via la sigaretta e rientra.
Quando Nicola varca la soglia della Ciclofficina,‭ ‬sul tavolone da lavoro,‭ ‬spostato al centro della stanza,‭ ‬in mezzo a vassoi di cibo e piattini colorati,‭ ‬c'è una torta di compleanno per lui.‭ ‬Dietro il tavolo Mohamed,‭ ‬Nerio,‭ ‬Ermis e Fabio che gli sorridono:‭ ‬buon compleanno‭! ‬Nicola non sa cosa dire,‭ ‬ride,‭ ‬poi gli trema un po‭' ‬la voce quando dice grazie.‭ ‬Non se lo aspettava,‭ ‬non se lo aspettava proprio.‭ ‬La torta è una torta di compleanno in piena regola,‭ ‬di quelle fatte in pasticceria,‭ ‬con la crema di burro che ti si attacca alla lingua e la scritta Buon Compleanno Nico di cioccolata a nastro.‭ ‬Ci sono persino le ciliegie candite e sui lati la granella di nocciola.‭ ‬Al centro,‭ ‬una candelina tenuta in piedi da un piccolo piedistallo argentato:‭ ‬due e quattro.‭ ‬Ventiquattro,‭ ‬compiuti oggi,‭ ‬il ventiquattro di Gennaio.‭ ‬Qualcosa vorrà dire.‭ ‬I numeri non gli sono mai piaciuti,‭ ‬ma quel ventiquattro che si ripete deve voler dire qualcosa,‭ ‬per forza.‭ ‬Allora in quel momento si affaccia,‭ ‬dietro il groviglio che ha dentro,‭ ‬un'idea lucida e rotonda come un sasso.‭ ‬La guarda affiorare,‭ ‬la sente salire nello stomaco mentre chiacchiera con Fabio,‭ ‬mentre si mette un tramezzino nel piatto.‭ ‬Fabio gli dice che è stato proprio bravo in questi nove mesi,‭ ‬ha imparato più cose di quante lui gliene abbia insegnate.‭ ‬Nicola sente la sua idea crescere sempre più rotonda.‭ ‬Fabio gli dà una pacca sulla spalla e anche se Nicola non crede di aver capito bene,‭ ‬gli viene da sorridere e si vede per un attimo con gli occhi di Fabio:‭ ‬quello che vede gli piace.‭ ‬Quando Nerio si avvicina a lui e gli parla,‭ ‬quasi non lo ascolta perché la sua idea,‭ ‬grande come un uovo,‭ ‬adesso,‭ ‬gli occupa tutta la gola.‭ ‬Vorrebbe dirglielo,‭ ‬ma non ci riesce.‭ ‬Vorrebbe dire a tutti che oggi si sente pronto per una nuova vita,‭ ‬che anzi c'è già dentro con tutti e due i piedi.‭ ‬Sarà questa festa a sorpresa,‭ ‬per lui‭ – ‬più di ogni altra cosa Nicola desidera questo,‭ ‬che qualcuno sia contento di lui,‭ ‬ma si guarda bene dal dirlo‭ – ‬sarà questo ripetersi del numero ventiquattro che ora gli sembra davvero un messaggio,‭ ‬una congiuntura astrale o cosmica o almeno un cazzo di segno,‭ ‬mandato da chissà chi,‭ ‬ma diretto proprio a lui‭; ‬sarà che stamattina sua madre lo ha chiamato per fargli gli auguri,‭ ‬e lo ha chiamato anche Giacomo,‭ ‬e non si parlavano da tanto,‭ ‬ma si sente come in pieno sole:‭ ‬investito dalla luce,‭ ‬ecco,‭ ‬proprio così si sente.‭ ‬Ma è meglio non dirlo,‭ ‬quelle parole in bocca sua non riesce neanche a immaginarsele.‭ ‬Se le tiene per sé,‭ ‬ingoia l'idea come un sasso e la conserva al buio del suo stomaco.
Mohamed gli chiede come ci si sente l'ultimo giorno e Nicola non sa rispondere.‭ ‬Mohamed è lì per un motivo simile al suo,‭ ‬Nerio invece per guida in stato di ebbrezza.‭ ‬Ermis non lo ha mai detto,‭ ‬il perché.‭
Finita la festa,‭ ‬Nicola aiuta Fabio a spostare il tavolo da lavoro al suo posto,‭ ‬contro il muro.
partitadoppia giuliaC'è quella Olmo blu con la catena spezzata,‭ ‬gli dice Fabio.‭ ‬Ci pensi tu‭?
Nicola la guarda,‭ ‬sfila la vecchia catena che ancora penzola dalle corone,‭ ‬dà un'occhiata al pacco pignoni e sceglie una catena nuova.‭ ‬Ha imparato a fare ogni cosa con una certa disinvoltura e questo gli piace.‭ ‬Prima la corona anteriore,‭ ‬poi quella posteriore,‭ ‬catena a destra del primo ingranaggio,‭ ‬bilanciere,‭ ‬poi a sinistra del secondo ingranaggio.‭ ‬Quando cuce insieme le due estremità con lo smagliacatena,‭ ‬è come chiudere un cerchio.‭ ‬E anche questo,‭ ‬suo malgrado,‭ ‬è un pensiero che è sicuro di aver già pensato.‭ ‬Ma non importa,‭ ‬oggi si apre un periodo nuovo,‭ ‬da oggi nel suo cervello entreranno nuove idee,‭ ‬cose che non ha mai pensato prima,‭ ‬a costo di ficcarsele a forza nella testa,‭ ‬come a forza,‭ ‬adesso,‭ ‬sta infilando un copertone nel cerchio.‭ ‬Ecco,‭ ‬forse ha trovato delle parole migliori per dirlo:‭ ‬si sente come se dopo aver forato e riparato molte volte la stessa ruota,‭ ‬adesso avesse finalmente sostituito il copertone e anche la camera d'aria che lo riempie.‭ ‬Nuovo dentro e fuori.‭ ‬Queste sono parole accettabili,‭ ‬possono stare persino nella sua bocca,‭ ‬non fa fatica ad immaginarsele.‭ ‬Si avvicina a Nerio per parlargli,‭ ‬anche perché non si vedranno più tutti i giorni,‭ ‬d'ora in poi.‭ ‬Si avvicina e sta lì fermo.‭ ‬Nerio alza lo sguardo dal cambio della bici che sta riparando,‭ ‬ma Nicola non sa più cosa vuole dire,‭ ‬da dove iniziare,‭ ‬così dice una cosa qualsiasi,‭ ‬come se non importasse.‭
Quel pomeriggio alle tre saluta tutti in fretta,‭ ‬dice grazie ancora una volta,‭ ‬poi scappa via perché non è tagliato per quelle situazioni.
Esce,‭ ‬gira l'angolo,‭ ‬e la sua bicicletta non c'è più.‭
Non può essere,‭ ‬l'aveva legata lì,‭ ‬forse si sbaglia,‭ ‬forse è là dietro quella panchina.
Se la sua bici non c'è più allora è una congiura ai suoi danni,‭ ‬è abituato a difendersi,‭ ‬ma così il gioco è sleale,‭ ‬così sono capaci tutti.‭ ‬Fa un giro lì attorno,‭ ‬si aspetta una smentita,‭ ‬quel ventiquattro di Gennaio gliela deve,‭ ‬una smentita,‭ ‬un'ammenda:‭ ‬è la vita che è in debito con lui adesso,‭ ‬non il contrario.
Come schiaffi presi a caso sulla faccia.‭ ‬La rabbia è qualcosa che si mastica,‭ ‬sente un bolo di rabbia duro sotto i denti.‭ ‬La sua bicicletta,‭ ‬messa insieme in officina con tanti pezzi diversi,‭ ‬costruita con le sue mani,‭ ‬dipinta a pennello di verde scuro,‭ ‬quel verde bandiera che gli piace tanto,‭ ‬portata via.‭
La sella Italia Turbo‭ ‬1980,‭ ‬recuperata come nuova,‭ ‬il nastro del manubrio in tinta,‭ ‬il campanello retrò in ferro cromato...
Rivede Nerio che gli dice:‭ ‬Nico ti ho trovato il verde,‭ ‬quello che volevi.‭ ‬Un avanzo di latta scovato da un suo amico,‭ ‬che ha un colorificio.‭
Si avvicina e per terra c'è la catena segata in due.‭ ‬Suo fratello una volta gli aveva spiegato che le catene da bicicletta non servono a niente,‭ ‬riesce a tagliarle persino un paio di forbici per il giardino,‭ ‬gli aveva detto.‭ ‬Un paio di forbici per il giardino,‭ ‬gli ronzano in testa queste parole e la voce di suo fratello.‭ ‬In culo suo fratello,‭ ‬in culo Nassiriya,‭ ‬in culo anche sua madre che si era rovinata gli occhi a piangere.‭ ‬Stai calmo,‭ ‬gli diceva sempre Fabio.‭ ‬Come si fa a stare calmi‭? ‬Perché andava sempre a finire così‭? ‬Sempre a lui cazzo‭? ‬Non c'era qualcun altro che potesse pagare al posto suo ogni tanto‭? ‬Si mette a correre e chissà perché si rivede ragazzino quando correva sulle scale di casa di Lucia,‭ ‬con Giacomo dietro a dirgli vai piano,‭ ‬tu sei pazzo‭! ‬Vai piano,‭ ‬stai calmo,‭ ‬vai piano,‭ ‬stai calmo,‭ ‬c'era sempre qualcuno che sapeva che cosa era meglio fare.‭ ‬Lui mai,‭ ‬lui non sapeva consigliarsi da solo.‭ ‬Nicola corre sul viale,‭ ‬prima in mezzo alle macchine come un pazzo,‭ ‬poi sulla ciclabile lungo la strada.‭ ‬Corre schivando le biciclette che gli vengono incontro,‭ ‬raccoglie anche un bel po‭' ‬di insulti,‭ ‬finché lo vede.‭ ‬Sarà a quaranta metri davanti a lui,‭ ‬un tizio con un passamontagna nero,‭ ‬su una bicicletta che gli sembra la sua.‭ ‬È la sua.‭ ‬Pedala in piedi,‭ ‬va veloce il bastardo,‭ ‬viene verso di lui.‭ ‬È una sfida‭? ‬Un attimo dopo gli è accanto e Nicola lo spinge e lo atterra a lato della strada.‭ ‬Gli urla sulla faccia,‭ ‬lo prende a pugni,‭ ‬lo strattona per la giacca.‭ ‬Il ragazzo perde il cappello di lana.‭ ‬Era un cappello,‭ ‬non un passamontagna.‭ ‬Guarda Nicola con gli occhi sbarrati e non si difende,‭ ‬mentre un filo di sangue gli scende dal labbro e gli sporca la sciarpa.‭ ‬Nera anche la sciarpa.‭ ‬La bicicletta invece è blu.

Testo di Dario

Nell'ambito delle attività di controllo del territorio, finalizzate a prevenire e reprimere i casi di microdelinquenza ai danni dei cittadini e turisti, gli agenti dell'Unità Operativa San Lorenzo in Piazza Garibaldi, ieri pomeriggio, hanno arrestato N.A. di anni 24, che aveva tentato di sottrarre la bicicletta in uso al coetaneo D.M. All'atto del fermo il giovane N.A. ha opposto resistenza aggredendo anche un pubblico ufficiale intervenuto con l'e-bike di recente dotazione al corpo dei vigili urbani. L'ufficiale E.C. ha riportato lesioni guaribili in cinque giorni salvo complicazioni mentre, D.M., in stato confusionale è stato ricoverato nel reparto di neurochirurgia. Dai controlli presso la Polizia Giudiziaria N.A. risulta scarcerato da nove mesi da pregressa detenzione presso la Casa Circondariale del capoluogo e al termine di un percorso di reinserimento di successivi nove, presso la Ciclofficina di F.L. L'episodio segnala l'efficacia dei nuovi mezzi a pedalata assistita il cui telaio leggero e robusto modificato per la polizia comunale e completo del kit Bosch, uno dei più avanzati al mondo, consente rapide ed efficaci operazioni, come quella che ha favorito l'arresto del balordo. La batteria al litio, che si ricarica in circa due ore e mezza, garantisce un'autonomia fino a 90 chilometri. Il pieno costa meno di 5 centesimi. Il sindaco, ieri mattina, 24 gennaio, inaugurando la Settimana Green, ha ufficialmente varato la flotta dei "Nuovi mezzi veloci, non inquinanti, economici, perfetti anche per il presidio del traffico". Immediatamente operativi, al termine della conferenza stampa, iniziavano il loro servizio. "Resterà solo una promessa, un'operazione di facciata, come la pedonalizzazione dei viali, mai pienamente realizzata e al centro di numerose polemiche con i ciclo attivisti?", gli è stato chiesto. "È vero, potrebbe sembrare iniziativa estemporanea - ha replicato il sindaco - ma, è frutto di una programmazione a lungo termine. Questo, non espone il progetto delle e-bike a rischio di fallimento. E poi altri grandi centri urbani hanno già puntato sulla bicicletta con successo."
Gira sul regionale, Maria, parleranno di tuo figlio!
Oddio, no!
partitadoppia darioHo detto regionale, Maria. Al bar ho letto il Gazzettino. Nicola è in quarta pagina. Gira.
Mohamed, Nerio ed Ermis, i compagni della Ciclofficina, in cella, erano già accalcati davanti al vecchio monoscopio Mivar. Vista l'ora di cena, col languore, pensando alla torta del compleanno; Fabio, il tutor di quel velleitario tentativo di riabilitazione – tale fu il suo primo pensiero – stava aprendo l'involto di domopak che Nicola aveva insistito di mettere da parte.

La famiglia fece fronte comune, non rielaborò l'ennesima caduta, non tese la mano e non si prodigò a trovargli un buon avvocato. Suo padre, per primo, emise la sentenza: "Per me è morto!", e l'occhiata con la quale promulgò la condanna, escluse ogni possibilità di replica. La mela marcia era ormai putrescente e bisognava escluderla dal cesto pena, inevitabile contagio. Il fratello più grande, militare di carriera, si uniformò senza fatica al precetto, migliaia di chilometri distante, nell'altro continente. Gli ordini non si commentano, si eseguono: deformazione professionale. Così la madre. Fu scossa dall'osservanza un anno e mezzo più in là, e non per merito suo. Allorché ritenne che le maglie dell'inferriata intessuta dal patriarca si fossero allentatate, solo allora, e dopo più di una reticenza, riassaporò l'odore di chiuso della sala ricevimento parenti, il fastidio della perquisizione, il rancido della menzogna che avrebbe dovuto sostenere, se fosse stata scoperta al suo ritorno a casa.
Non essendole giunta alcuna richiesta – non si era neppure attivata per accoglierla, a dire il vero - portò con se una confezione di quattro mutande dell'Oviesse, offerta speciale, una bianca, una grigia, una nera, una a pois, un pigiama di maglina del figlio grande, e una sportina con due chili di arance. Al colloquio era così nervosa che parlò sempre. Lo aggiornò sui ragazzi della piazzetta, quella del paese. D'estate avevano chiesto: "Dov'è Nicola?" E poi di Gaspare, il ristoratore che, chissà come, l'aveva rintracciata.
Qualsiasi cosa, signora, non si faccia scrupolo ...
Maria, non abbiamo bisogno di niente! Lascia libero il telefono.
Capii che quel Gaspare era l'unico ad aver riconosciuto quel poco di buono che albergava nel suo Nicola. Infine, di Giacomo, incontrato per caso da Mediaworld.
E Nicola?
Eh, ... e tu, l'università?
Me lo saluta tanto quando lo vede? Promesso?
Si era allontanato non prima di averle estorto il giuramento.
"Una promessa è una promessa", Maria glielo diceva sempre al suo Nicola quando era piccolino. Cos'era successo dal momento in cui non riuscì più a prenderlo in braccio? Nel parcheggio del grande magazzino compilò i moduli necessari per l'autorizzazione alle visite ma, una volta ottenuta, omise al figlio che avrebbe dovuto ringraziare Giacomo e non lei.
Ora, un pugno di colloqui dopo – Maria li affrontava sempre clandestinamente – cosa c'era per Nicola al di là del cancello, se non trent'anni sulle spalle?

Incistato nella mente di Nicola, il timbro acuto dell'avvocato d'ufficio che gli aveva pedantemente illustrato come chiunque cagioni una lesione personale, dalla quale derivi una malattia del corpo o della mente, è punito con la reclusione da tre mesi a tre anni e che se la malattia ha una durata superiore ai venti giorni: "Sarà superiore", aveva sussurrato infilandosi in una pausa, svuotato, "e che metta in pericolo la vita della persona offesa, ovvero una malattia o un'incapacità di attendere alle ordinarie occupazioni per un tempo eccedente ai quaranta giorni ... "
Fu eccedente, di poco ma, eccedente: quarantacinque. Le circostanze furono aggravanti e in più si aggiunse la resistenza a pubblico ufficiale. Il Pubblico Ministero chiese cinque anni e otto mesi. Il tribunale decise per quattro più sei ma, questa è storia di ieri.
Cento anni dopo la fine del primo conflitto mondiale, Nicola si accingeva a varcare il cancello oltre il quale aveva lasciato la libertà il giorno stesso della riconquista. Quattro anni e sei mesi prima, il bolo di rabbia era esploso, schizzando tutt'intorno, lasciandolo infetto, sanguinante e ammanetato. Nessuno sconto, nessuna riduzione di pena, neppure per buona condotta. Opportunità di recupero e attenuanti generiche, dissipate nel precedente periodo di detenzione. In carcere cercò di indagare le ragioni dell'ira. Altro non poteva fare se non contare le ore. Non era scemo: meglio cercare le risposte. Cominciò a scrivere e, se stanco, a leggere. Per fortuna, la biblioteca era ben fornita. Tra le migliaia di righe cercò con ostinazione qualcosa che confutasse la convinzione che il mondo fosse popolato da lupi famelici e lui solo, agnello sacrificale, residua avanguardia del circolo dei giusti. Non doveva più accadere di perdere il controllo al punto da non riconoscere neppure i colori.
E ora? Cosa c'era al di là del cancello?
Finalmente lo sguardo poteva spaziare, più lungo dei pochi metri concessi nel quadrilatero del cortile che aveva alle spalle, due barriere più in là. Notò i viali, pedonalizzati: quel sindaco era stato di parola. Si compiacque della visione d'insieme poi, i dettagli, diventarono protagonisti. Ciascun ippocastano portava sul fusto una corona di bandiere e così, sia a destra che a sinistra, era tutto un patriottico svolazzare. "Non credo che sia per me" – pensò. Poi il suono di una bicicletta portata a mano anzi, due, emerse in primo piano. Non si girò subito perchè considerò quel tagatlan, tagatlan, taglatan un'ottima colonna sonora per i titoli di testa del nuovo film della sua vita.
Jack!
Nicola! ... com'è?
Un po' stordito. E tu?
Tutto ok. Mi sono laureato ...
L'ho sempre detto che sei una secchia.
... e sto per diventare papà.
Tu papà?
Sì.
Quando?
Fra tre mesi, in autunno.
E le bici?
Una è per te.
E per andare dove?
Lontano.
Ma poi devi tornare.
Certo, in autunno al più tardi.
Non ho un soldo.
Neppure io l'avevo quell'estate. Ci pensasti tu.
Non muore mai nessuno nei cartoni, vero?
Nessuno. In sella, andiamo.
Andiamo.

Partita Doppia, la seconda storia

Introduzione (articolo)

Narni: giapponese se ne va in giro nudo, soccorso da alcuni cacciatori poi "affidato" ai carabinieri
Nudo. Proprio come mamma l'ha fatto. Quando alcuni cacciatori, che stavano attraversando la zona al confine con Umbria e Lazio, nei campi di Guadamello e San Vito, lo hanno visto, hanno stentato a credere ai loro occhi. Ma più si avvicinavano e più i loro dubbi sparivano. Erano circa le 8 di stamattina e quell'uomo se ne andava in giro completamente nudo, infischiandosene della temperatura rigida e di tutto il resto. Quando i cacciatori lo hanno raggiunto per prima cosa hanno visto che si trattava di uno straniero, più esattamente di un giapponese. Hanno provato a chiedergli cosa ci facesse da quelle parti, per giunta nudo, ma questi non spiccicava una parola di italiano. Così gli hanno dato qualche indumento per coprirsi e qualcosa da mangiare. Dopo averlo rifocillato i cacciatori hanno pensato bene di chiamare i carabinieri. Che sono arrivati poco più tardi. I militari, una pattuglia della stazione di Calvi dell'Umbria, a loro volta hanno chiamato un'ambulanza del 118 che è giunta sul posto ed ha trasportato l'uomo all'ospedale di Narni per accertamenti.

 

 

Testo di Marta (i cacciatori)

DSCN8564«Pronto, Lucia? Sono il Sandro, buongiorno... Sì, il Sandro... Quello che ha sposato sua figlia, vent'anni fa... Quello alto, simpatico, che l'altro ieri ha preso ferie per portarla dalla callista... Eh sì, il Sandro... Senta, mi passa la Carla, per favore? ... La Carla... mia moglie... sua figlia... Eh sì, la Carla... No, non ne ho presi fagiani, Lucia... No, neanche uno, Lucia, anche se guardi, una bella schioppettata a lei... sì grazie, resto in linea vecchia strega, maledetto il giorno che t'ho presa in casa, tu e quella... Ciao amore! ... Sì... No, non piove amore... No, non ne ho presi fagiani, amore... Vorrà dire che mangeremo pollo, amore... Senti, scusa ma ho poco tempo, che sono in caserma, volevo dirti che... Sì, in caserma... In caserma... Vuoi che ti passo l'appuntato così te lo dice lui? No, no, non c'è bisogno grazie, era per dire... Carla, calmati, non mi hanno arrestato! ... Carla? ... Ho detto che non mi hanno arrestato! ... Puoi... puoi parlare più piano, per piacere, senza che lo sappia tua madre e tutto il palazzo? ... Ma che pericolo e pericolo, tutte le volte la stessa storia... Guarda che... guarda che quella volta è stato un incidente, credevamo davvero che fosse una lepre... Senti, se non ti va che vado più a caccia il ragù te lo compri nel barattolo... Carla, come te lo devo dire... c'è scritto chiaro e tondo dove ci possiamo appostare e noi ci appostiamo dove ci dicono, io e il Mario... Sì, ero con il Mario... Ma se te l'ho detto ieri sera, mentre ti lavavi i denti... Sì, solo io e il Mario... No, il Giorgio non è venuto, te l'ho detto sempre ieri sera che il Giorgio non viene più ma intanto parlare con te o con un muro... No, non ci viene più a caccia, la moglie non vuole... Senti amore, sono in caserma ti ho detto, non ne possiamo parlare... No, è che... perché è diventata vegana... La moglie del Giorgio... Ve-ga-na... Ma no, cosa dici... I vegani sono quelli che non mangiano le uova... eh, perché le galline son stressate, che stanno strette nelle gabbie, e tutte ammucchiate una sull'altra, e così fanno le uova stressate... e no, non mangiano neanche le galline, i vegani, che son stressate, che me lo ha spiegato il Giorgio, una capa così m'ha fatto, alle galline danno gli ormoni così fanno più uova, e noi mangiamo gli ormoni che stanno nelle galline, perché non è che quando gli tirano il collo gli ormoni fanno puff e vanno via, ti pare, e così son stressate pure da morte, le galline... e lo so che mica andiamo a caccia di galline, noi... Carla, per piacere, che il maresciallo sta interrogando il Mario... ma no, non hanno arrestato il Mario, è per il verbale... che il maresciallo ci ha chiesto se potevamo venire qui, che non ci sta a capir più niente... Senti, ma ti pare il momento di... e no, non le mangia più le bistecche il Giorgio... e no, neanche l'hamburger, e neanche pane e formaggio, che il formaggio viene dalle vacche e pure le vacche son stressate... ah, li volevi invitare a cena? ... Stasera? ... eh, guarda... il Giorgio mi ha detto... che mangia il tofu... Tofu... To-fu... oh santa polenta Terni, Orvieto, Foligno, Umbria... Che ne so, sarà una cosa che cresce sugli alberi... Ma no, è una cosa un po' esotica, orientale, come il tizio di stamattina... Il tizio che hanno preso i carabinieri... Ma no, non lo hanno arrestato, almeno, credo di no, ora sta in ospedale... Ma no, non è morto... Carla, calmati, non abbiamo sparato a nessuno ti ho detto! ... Eh, che ha fatto, che ha fatto... stava nudo nel bosco... Sì, nudo... Sì, nel bosco... Eh, che faceva, che faceva... come dire... correva... Sì, correva nudo... Sì amore, lo so che c'erano quattro gradi stamattina, infatti ora sta in ospedale, che era mezzo congelato... Eh, il Mario gli ha dato una giacca che aveva in macchina, però sai, quattro gradi... Eh, perché non li hanno trovati, i suoi vestiti, così hanno detto... Eh no, perché non parla italiano, il tizio, è questo che cercavo di dirti... Noi glielo abbiamo chiesto, come si chiama e se ha bisogno di aiuto, ma quello niente, farfugliava cose strane, in giapponese... Carla, ti pare che io parlo giapponese? ... Ce lo ha detto il maresciallo, che è giapponese... E cosa ne so io, lo sai che per me quelli son tutti uguali... Eh no, sta interrogando il Mario e poi interroga a me e intanto aspetta che arrivi la signorina da Terni... La signorina che parla giapponese, che il tizio non parla italiano ti ho detto... Così poi il maresciallo va in ospedale con la signorina a capirci qualcosa... Eh... è andata che il Mario si è preso paura e ha chiamato i carabinieri... Che noi ce ne stavamo quatti quatti, ad avvistare i beccaccini, e quello lì ci è spuntato davanti che per poco... I beccaccini, amore... Eh, cosa sono, cosa sono... è il Mario che si è fissato, dice che gli suona bene il nome e ora vuol cacciare solo beccaccini... Cosa ne so io, se si fa il ragù di beccaccino? ... E no che non li mangia, il Giorgio, che pure i beccaccini son stressati... Senti, se vuoi proprio invitarli chiamali tu, che io non posso... Il Mario? ... Sì, stai tranquilla che invito anche il Mario... Ora però devo andare, che il maresciallo mi sta facendo segno di... ah, è arrivata la signorina apperò la signorina... Come? ... Se già che ci sono chiedo alla signorina di chiedere al tizio se il tofu cresce sugli alberi in Giappone? ... E come si cucina? ... Amore, non so se hai capito... Riepilogo: giapponese, nudo, bosco, otto del mattino, quattro gradi... Amore, fidati, quello aveva una faccia che non saprebbe distinguere un beccaccino da una lattuga... Carla, ti pare il caso di...? Sì... oh Mario, ma che ti hanno chiesto? ... Sì amore... Sì, tranquilla che il Mario se la fa restituire, la giacca, amore... Ora però devo andare, amore... Sì, alle sette e mezzo, ho capito... Ora glielo dico, al Mario... niente, poi ti spiego... Come? ... Se già che ci sono passo al mercato a comprare il tofu? ... Carla... facciamo che ci vai tu e tua madre a... al mercato? ... Ecco, brava... E poi, volevo dirti che non ci sono a pranzo, che qui appena usciamo torniamo nel bosco... No Carla, niente fagiani... però se abbiamo un po' di fortuna torno a casa con un paio di pantaloni giapponesi, fa lo stesso? ... così li cucini insieme al tofu... Sì amore... Certo amore, te lo saluto il Mario... A dopo, amore... E i miei ossequi alla signora madre... Ciao».

 

 

Testo di Federica (verbale dei Carabinieri)

 

 Comando Carabinieri Calvi dell’Umbria

VERBALE DI SOMMARIE INFORMAZIONI RESE DA TESTIMONI DEL FATTO

PARTI

Capotosti Mario, nato a Terni il 29/02/1962, residente in Narni, coniugato, commerciante, identificato a mezzo CI rilasciata il 25/03/2011 dal Comune di Narni.

Alunni Sandro, nato a Perugia il 14/09/1960, residente in Narni, coniugato, libero professionista, identificato a mezzo CI rilasciata il 10/10/2012 dal Comune di San Vito.

FATTO

L’anno 2014 addì 24 del mese di settembre in ufficio stazione Carabinieri di Calvi dell’Umbria (TR) , alle ore 10.30.

Davanti a noi sottoscritti Lgt. Ceccarelli Felice e Appuntato De Felice Ferdinando della medesima stazione, sono presenti i signori Capotosti Mario e Alunni Sandro sopra generalizzati, i quali vengono sentiti circa il ritrovamento di un cittadino, si presume, di nazionalità giapponese avvenuto in data odierna verso le ore 8.00 circa.

Il soggetto è stato avvistato questa mattina in località Guadamello dai due testimoni, mentre correva nella campagna completamente spogliato di tutte le vesti, anche quelle intime.

DSCN8565Il Ferdinando l’han messo sotto a scrivere il verbale, non lo invidio. A me tocca stare qui a far da testimone ai testimoni, che palle!

Del resto la mattinata non è iniziata per nulla bene.

Non ci ho mai tenuto a stare di pattuglia e chi ci han messo stamattina?

A me e al Ferdinando sul ciglio della Strada Provinciale, all’altezza del distributore Agip del Giorgio a controllare il traffico e a cercare di stanare i soliti senza cintura, che son rari ormai. La solita noia: il Ferdinando quando attacca a parlare di calcio diventa insopportabile. Palle, palle e palle. Lui e il pallone!

Meno male che almeno il cappuccino ce l’ha offerto quel sant’uomo del Giorgio, che a pensarci meglio tanto santo non è visto che una notte l’abbiamo beccato in macchina dietro a un cespuglio con un’ucràina. Abbiam fatto bene a lasciar correre visto che da quel giorno, ci offre sempre il cappuccino. A me vien da ridere tutte le volte, anche perché non mi sognerei mai di andarlo a raccontare a sua moglie: meglio un intero anno legato a una sedia a far verbali, che cinque minuti con quella donna pallosa, che pare sia diventata venusiana o qualcosa del genere. In fondo lo capisco il Giorgio: non dev’essere una passeggiata ciucciarsi una che fa storie su qualsiasi cosa e che mangia solo semenze e verdura, nemmeno fosse un beccaccino delle nostre parti.

“Sì, innocuo si scrive con la C! Ma sì, come cuoco no?”

Il Ferdinando non ci acchiappa proprio con l’italiano, che palle.

Meno male che poi è arrivata la chiamata dalla Centrale e ha interrotto la levitazione delle palle: sento la Rosi Tuttatette, ogni volta che la vedo mi levita qualcos’altro. Levita o lievita? Boh?

Quella gran gnocc…, quella gran fig…, quella gran zocc…, vabbè … la Rosi, appunto, mi dice di alzare le tende dalla Strada Provinciale e recarmi in località Guadamello.

Stavolta però mi capita di mettere la Tuttatette in agitazione: un vero peccato non averla davanti in carne e carne. Però è strano, quando le chiedo qualche informazione in più, l’unica cosa che balbetta riguarda due cacciatori che hanno beccato un esibizionista straniero dalle parti del bosco di lecci.

Bisogna essere proprio bacati per decidere di fare gli esibizionisti in un bosco. Davanti a chi poi? Ai tordi?

Rinuncio a capire certa gente e comunque la mattinata inizia a promettere un po’ di sano divertimento.

“Il participio passato di percuotere? Percuotuto o percotto, forse, e comunque si scrive con la C come innocuo … Sì, bravo, anche come cuoco.”

Niente, non ci siamo, il Ferdinando dovrebbe prendere lezioni di grammatica.

Anche qualche lezione di silenzio gli ci vorrebbe: quando lo chiamo per andare, è ancora lì davanti al Giorgio a fargli una capa sulla Juve e, con le palle che mi girano, partiamo.

Al bivio che porta a Guadamello, vediamo il Sandro che ci fa segno di fermarci.

Accostiamo ed eccone un altro che balbetta: dice qualcosa circa un orientale che l’han sorpreso a correre nudo nel bosco.

Ora, il Sandro ha il vizio di alzare il bicchiere e lo capisco anche, con quelle due donne pallose che deve ciucciarsi dalla mattina alla sera. Fossi in lui avrei già pensato al pluriomocidio. Qualsiasi giudice stapperebbe con lui una di quelle con le bolle, conoscendo moglie e suocera.

Lascio il Ferdinando in macchina e seguo il Sandro: prendiamo il sentiero che porta al bosco di lecci e intanto quello non la smette di parlare. Che palle anche lui!

Penso che stamattina deve essersi preso il caffè corretto con grappa e glielo sputo dritto in faccia.

Quello mi guarda come se stesse di fronte a un marziano o giù di lì e mi fa il palloso elenco di tutti i problemi e le difficoltà che incontra ogni volta che parte per andare a caccia: che sua moglie gli dà il tormento e la suocera lo tortura. Povero Sandro, sto per consigliargli di seguire le orme del Giorgio con l’ucràina, quando ti vedo una scena tipo quelle di quei telefilm americani che davano una volta … come si chiamavano … “Ai confini della realtà” ecco!

Il Mario in piedi con una tenuta da caccia che nemmeno Filini e Fantozzi nei momenti migliori: pantaloni alla zuava viola a coste, bretelloni neri, camicia di flanella a scacchi rossi e neri, giacca tirolese e scarponcini da trekking con stringhe giallo fosforescenti, ché magari ha paura che i cinghiali non lo vedano nella boscaglia.

Il fucile appoggiato a un leccio e lo sguardo fisso su un’altra figura che noto un attimo dopo.

Un tizio con indosso il piumino viola del Mario e sotto niente, sta seduto su una grossa radice e batte i denti dal freddo e guarda un po’ per terra e un po’ il Mario.

Ha gli occhi a mandorla e la faccia piatta. Io non me ne intendo di orientali: per me son tutti uguali.

Cinesi, coreani, giapponesi, filippini … ah, e pure i mongoli, quelli della Mongolia, per me han tutti la stessa faccia.

Il tizio mi vede e sgrana gli occhi per quanto gli riesce. Si spaventa, inizia a balbettare pure lui in una lingua che non capisco.

Si alza, tutto agitato e ogni due per tre mi fa un inchino.

Il Mario mi guarda e mi dice che il tipo ha fatto lo stesso anche quando ha visto lui e il Sandro.

Mi avvicino e cerco di fargli capire che ci deve seguire e quello per tutta risposta mi ripete una cosa che mi pare suoni come “curosetto, rossetto” … boh?

Mi pento all’istante di aver lasciato il Ferdinando in macchina.

Lo tiriamo su di peso e lo infiliamo sulla volante tra il Mario e il Sandro che guardano nel vuoto tutto il tempo del viaggio fino a qui.

“Dov’è il Sandro? Mi sa che è qui fuori a telefonare. Lo devo andare a chiamare?”

E che palle! Adesso mi ciuccio le sue lamentele su moglie e suocera. Quasi quasi gli passo il telefono dell’ucràina.

 
 
Testo di Giulia (il bosco)

DSCN8574La mia versione dei fatti?

Pensate sia semplice farsi un'opinione mentre lecci e roverelle scricchiolano al vento, mentre le ghiande del cerro chiacchierano sui rami incessantemente, il picchio trivella un tronco da ore e nell'aria è tutto uno svolazzare di tordi? Provateci voi!

La pace dei boschi, stupidi umani, quale pace? Da quando avete preso a frequentarci, poi...

Già ci sono il Mario e il Sandro e quell'altro, il Giorgio, che adesso non viene più per fortuna. Ascoltare i loro discorsi, intendiamoci, è uno spasso. Ma vogliamo parlare delle schioppettate? Inutili, tra l'altro, perché non riuscirebbero a centrare un beccaccino già morto stecchito. Inutili, ma rumorose. Scoppi che rimbalzano da una collina all'altra, palleggiati dalle chiome dei sempreverdi, amplificate da certi tronchi cavi...e poi mi spaventano gli scoiattoli, quei quattro scoiattoli che ancora mi sono rimasti!

Stamattina un vento sottile e fresco mi spettinava gli arbusti, quando sono arrivati loro. Il Mario e il Sandro, in B9. Impossibile non vederli, con quella pelliccia sintetica ridicola che avevano addosso! In A1, al mio limitare, passava la volpe. C'era una nuvola bassa sulla lecceta sud e da F3 a F6 pascolavano i daini. Era uno di quei rari momenti di tranquillità, i due bipedi parlavano appena, temperatura in accordo con la stagione, leggero frusciare d'erba, insomma mi stormiva un unico, ceduo pensiero: ecosistema!

Devo essermi distratto. All'improvviso, come calati da un ramo, come volati giù da chissà dove, due piedi, in B3. Ho interrogato il ghiro guardiano di zona: dormivo, si scusa. Ho valutato da me: animale uomo, senza pelliccia, salvo trascurabile peluria variamente distribuita, età recente. L'erba da B1 a B3, incalpestata, e nessuna orma anche nelle vicinanze. Si muoveva come se tentasse di fuggire da un predatore, ma non c'era nessuno dietro di lui. Scappava senza motivo (tipico della specie, del resto). Per un attimo mi ha fatto pensare ad un passero caduto dal nido, ma non pensiate che mi sia intenerito, stiamo pur sempre parlando di un bipede, futile produttore di anidride carbonica. Solo mi incuriosiva il suo essere spuntato dal nulla come un fungo, il suo guardarsi intorno come un animale appena svegliato dal letargo. Ho deciso di metterlo alla prova: gi per emme uno per emme due diviso erre al quadrato...castagna che cade! Grossa castagna, sganciata dritta sulla sua testa. E da un ramo alto. Ho fatto anche rotolare qualche foglia secca ai suoi piedi con un sospiro di vento e spintonato una civetta che dormiva perché si lamentasse un po': gli umani si impressionano per questo genere di cose. Ha guardato in alto con due occhi larghi da cerbiatto poi ha fatto un verso strano, mai sentito da queste parti, e ha ripreso a correre ancora più veloce.

Un altro fatto curioso è che non solo non aveva la pelliccia sintetica (cosa che talvolta mi è capitato di vedere, ma in quei casi i bipedi sono sempre in numero di due e si imboscano per questioni legate alla riproduzione della specie), ma non portava con sé il ciarpame. Gli umani quando si spostano portano con sé un sacco di ciarpame. I bipedi migratori estivi, tanto per fare un esempio, sono i più grandi sposta ciarpame che mi vengano in mente. Arrivano con i loro gusci a motore, scendono e incominciano a scaricare ciarpame che poi di norma spostano su un prato: allestiscono le loro cose secondo schemi tipici della specie, che prevedono solitamente un piano rialzato su quattro zampe, al centro dell'accampamento, piano sul quale posano il cibo e attorno al quale posano le terga. Sono i momenti di maggior frastuono, specialmente se nel branco ci sono cuccioli. E la conseguenza più spiacevole di tutta questa faccenda è che il ciarpame, che abbandonano in parte sul luogo, resta lì, più longevo del più vecchio dei miei alberi.

Tornando al bipede spelacchiato di stamattina, lui non trascinava con sé nulla. Questo un po' me lo ha reso simpatico, ma solo un po' e per un attimo, che stiamo sempre parlando di umani, buoni a niente, neanche alla fotosintesi.

Per farvela breve, il bipede procedeva spedito in direzione B9, dove c'erano gli altri due, il Mario e il Sandro. Ero proprio curioso di questo incontro, così per anticiparlo ho sollevato un bel venticello frizzante, di quelli che mettono voglia di correre anche agli umani più pigri. E mi sono messo in ascolto.

Lecci, cerri, castagni e roverelle si sono strette a chiudere gli spazi tra le loro chiome, allora ho zittito i venti e chiuso il becco ai beccaccini.

Gli umani che si incontrano sono sempre così buffi. Non scodinzolano, non si annusano, non si toccano quasi. Mettono tra loro un sacco di parole, e suoni, e versi, ma, lasciatemelo dire, non sembrano realmente capire un tubero di niente. E quei tre, stamattina, meno che mai!

Adesso, a ripensarci, un po' mi pento. Mi sono lasciato intenerire, no, diciamo trasportare dalla curiosità. Mentre avrei dovuto pensare a nutrire la terra. Avrei dovuto sollevare una radice e farlo inciampare, era così intirizzito dal freddo che sarebbe di certo svenuto. E poi morto, stecchito come un vecchio tasso. Allora avrei chiamato a raccolta sarcofagi e calliforidi e tutti gli insetti decomponenti che abitano il sottobosco. Certo la temperatura di questa stagione non aiuta, ma complici le piccole dimensioni del corpo e magari l'intervento di un paio di roditori...

La decomposizione è un processo così rassicurante. Autolisi, scissione degli elementi costitutivi dei tessuti: è il ritorno alla semplicità.

Quanti bei giunchi avrei potuto crescere in primavera!

 

Testo di Andrea (analisi umbra)

DSCN8579Oh dottore, salve, come andiamo?

Bene. Io? No, io no, bene proprio no. Ha letto? Sì, la storia del giapponese nudo, dico.
Io non so come ha fatto, da dove cavolo è uscito... Me ne fossi accorta in tempo, ma no, non ho potuto far niente, solo mettermi la mani nei boschi.
Sarà una cosa da poco per lei! Eh, scusi. Per me è piuttosto grave... Lo so io cosa succederà adesso. Diranno ancora che son piena di matti. Una regione di matti, lo dicono tutti.
No, non sono paranoie dottore, io li sento. Quanto vengono qui, mi passano addosso, si fermano, si guardano intorno. Poi lo dicono. Magari non tutti, ok, ma tanti sì, lo dicono.
Che son piena di matti, cosa sennò?
Che poi lo dicono senza sapere nemmeno bene perché...
Però certe cose non aiutano, lo capirà anche lei, no? Un giapponese nudo, che corre nei boschi alla mattina... Poi ci sta che dicano che son piena di matti.
Che poi io non lo so com'è cominciata.
Sarà che sono diversa da tutte le altre. Sarà questo, non lo so, lei che ne dice? Sarà che son l'unica che se ne sta qui, che non guarda fuori dalla nazione, sarà questo?
Io, Umbria, la più italiana delle regioni. Così italiana che non confino che con l'Italia. Mi ha sempre detto che dovrei esserne fiera, no?
Però questa cosa che tutte le altre si aprono, toccano per terra o per mare altri paesi e io no...
Cioè, le altre ce l'hanno tutte sta cosa, anche quelle meno ovvie ce l'hanno. Che so, l'Abruzzo, la Basilicata o il Molise se sa dov'è... Ecco, se lei va lì vedrà che tutte hanno una direzione che se uno va avanti in quella direzione, se cammina o nuota in quella direzione, prima o poi finisce in un altro paese.
Con me non puoi farlo, con me sola. Sono unica, me l'ha sempre detto anche lei, dottore.
Però secondo me sta cosa di essere unica mi frega, sa?
Sarà che la gente fa spesso 'sti passaggi logici, magari un po' inconsci: unica uguale diversa, diversa uguale strana, strana uguale matta.
E così tutti a dire che l'Umbria è piena di matti.
Che poi secondo me c'è anche della gran confusione alla base. Dei malintesi.
Sì, sì, malintesi. Gliene ho mai parlato? No?
Tipo c'avevo questo paese Civitella dei Pazzi... Mica li faccio io i nomi dei paesi. Però, capisce bene che veniva da pensar che lì ci stessero dei pazzi, è ovvio.
E sì, c'erano pure stati, ma non quelli che può pensar lei: c'era la famiglia dei Pazzi, cioè facevano Pazzi proprio di cognome. Che poi non erano nemmeno umbri, a dirla tutta, venivano da Firenze, son quelli della congiura, ha presente? Che gli è pure andata male, la congiura, ma con quel cognome lì, d'altra parte che vai a sperare?
Suona proprio male non trova? Oh, com'è andata la congiura dei Pazzi? Un successo! Non è credibile, dai! No?
Come? Sì, ha ragione, sto divagando, scusi.
Comunque ora il nome lo abbiamo cambiato. Civitella del Lago si chiama adesso. Ce lo abbiamo dovuto fare il lago, mica c'era, ma va be'.
Che poi c'è anche Gubbio... Come che c'entra Gubbio? C'è la fontana dei matti, a Gubbio. Che se ci giri tre volte intorno ti danno la patente di matto. Proprio un foglio con scritto che sei matto, le giuro.
Ma anche lì basterebbe fermarsi a vedere com'è che lo intendono loro il termine "matto". È sinonimo di libero, indipendente, capisce? Una roba così. Però l'equivoco è facile, lo so. Ho anche pensato di toglierla proprio di mezzo Gubbio. Un bello scrollone e via.
Eh? No, ma dico così per dire. Scherzo.
È che mi fa proprio girar le valli sta cosa che dicono che i miei sono tutti matti.
E se poi non sono matti me li rubano, capito? Diventano star internazionali, conosciuti da tutti, in tutto il mondo e nessuno si ricorda più che son umbri. Con Valentino è andata così.
Eh? Come anche lui è un po' matto? Che dice?
Le moto?
Ma... Non Valentino Rossi, dottore! Lui è marchigiano! Dicevo San, io! San Valentino! Non ci si metta anche lei, per favore!
E poi vede che ho ragione io, che non lo sa neanche lei che era umbro!
Che poi a me non è che dispiacciano i matti, se devo dirla tutta. C'ho niente in contrario, anzi, mi piacerebbero pure.
Come? No non è nemmeno per l'andare in giro nudi. Mi ha preso per una puritana? No, nemmeno su quello c'ho niente in contrario, che crede?
Quando l'ha fatto Francesco ad esempio io mica ho avuto niente da dire.
Come? Sì, sì San Francesco, dottore. Sì, quello che andava nei boschi e parlava con gli animali. Sì, c'ha preso 'sta volta. Però era facile. In tutta sincerità, se diceva Totti le tiravo una collina in faccia, glielo confesso.
Che poi anche con Francesco niente, se lo sono fregato! Patrono d'Italia. E va be', lei dica pure che c'ho le paranoie, le manie di persecuzione... La verità è che quelli buoni me li fregano, ecco tutto.
E quelli che restano qua dicono che son pazzi. E pazienza, mi ci sono un po' rassegnata, lo sa.
Ma ora che vengano a fare gli scemi pure dal Giappone! Che poi io manco so dove sta il Giappone, magari lì usa, ma stai a casa tua allora no? Cosa vieni a fare il matto da me che poi ci rimetto io!
È che proprio... non me ne sono accorta, capisce? È questo che mi dà fastidio. Ho sentito i piedi nudi che mi correvano sull'erba, piedi non umbri (quelli umbri li riconosco) ma... era già troppo tardi, c'erano già i cacciatori... Gente mia, gente brava, il Mario e il Sandro, mica potevo fare più niente.
Come tanto che potevo fare?
Eh, se me ne accorgevo prima magari... spostavo un po' un crepaccio, muovevo un po' il bosco, mi facevo cadere distrattamente un albero...
Eh... non si fa, non si fa! Lei dice che non si fa... Io ogni tanto lo faccio. Sennò sempre qui ferma mi rompo, che cavolo.
E poi mi devo pur difendere in qualche modo, che ce l'hanno tutti con me.
Sì, guardi glielo dico, io ogni tanto qualcuno, se ho paura che mi faccia fare una figura, se me ne accorgo in tempo lo... come posso dire? Neutralizzo?
Che poi è per questo che son venuta da lei, dottore.
Le volevo chiedere, lei che ne sa, anche se mi beccassero... Anche mi accusassero di omicidio... Guardiamoci in faccia, con tutti sti matti che c'ho, l'infermità mentale me la danno, sì?

 

Testo di Dario (il giapponese)

DSCN8587私は日本人です。

Che ha detto?

Che è giapponese.

Guardi, per me fosse stato anche coreano o di Taiwan faceva lo stesso. Traduca.

しかし、私は日本人だ。

Insiste, ribadisce che è giapponese.

Allora ci capisce. Vuole irritarmi?

No, credo che abbia inteso “coreano” oppure “Taiwan”. Traduco comunque?

No, lasci stare. Piuttosto, dove sono i suoi vestiti?

Devo chiedergli: Dove ha lasciato i vestiti?”

Senta, non ci si metta anche lei. Devo darle un ok ogni due per tre?

Ogni due per tre?

Prosegua.

Con: “Dove ha lasciato i vestiti?”

Sì.

彼は彼の服を残しどこ?

クローゼットの中。

Allora?

Nel ... non mi ricordo come si traduce ... nel posto ....

In un buco?

No.

In una radura?

Macché. Non mi viene la parola.

Andiamo bene. Sotto un albero, nel bosco?

Non mi metta fretta ché mi confonde.

Non ho parole.

Eh, appunto. Aspetti, glielo richiedo. Posso?

Sì.

彼は彼の服を残しどこ?

私はクローゼットの中に服を残した。私はそれを言った。

Nello stipetto. Dice nello stipetto. Curòosetto vuol dire proprio stipetto. Ne sono sicura.

Vada avanti. Devo suggerirle ogni domanda. Lo stipetto di che, di dove? E le mutande?

Devo tradurre mutande?

Lei mi sta esasperando.

D’accordo, non si alteri, la prego. 彼はすべての彼の服を残しどこ?とパンツ?そのクローゼットの中?

今朝、毎週土曜日の朝のように、私は非常に初期の温泉浅草観音に行きました。アドレスは次のとおりです。2-7-26浅草台東区。あなたが電話を予約したい場合は、次のとおりです 3844-4141 私は温泉浅草東京について話している そこに着くために私は。毎週土曜日の朝のように、取った銀座線と駅浅草に下って行った。それから私は、出口への標識に従った。私はいくつかの手順を作り、私が入った。それは、毎日オープンしています。水曜日にはありません。それは明確ですか?

Ha detto che questa mattina, come tutti i sabato mattina, si è recato, molto presto, all’Onsen Asakusa Kannon. L’indirizzo è 2-7-26 Asakusa, Daito-ku. Il telefono, se vogliamo prenotare è: 3844-4141. Intende l’Onsen Asakusa di Tokio. Per arrivarci ha preso, come tutti i sabato mattina, la Ginza Line, ed è sceso alla stazione Asakusa. Poi ha seguito le indicazioni per l’uscita. Ha fatto pochi passi ed è entrato. Ha precisato che è aperto tutti i giorni, tranne il mercoledì. Ha concluso con: “È tutto chiaro?”

Il signore sostiene che stamattina presto si trovava dove?

In un onsen, a Tokio.

Un che?

Un onsen, un bagno pubblico.

Ah, traduca per bene, altrimenti come facciamo a verbalizzare. Un bagno pubblico, ha detto? A Tokio?

A Tokio, esatto.

E gli hanno fatto togliere anche le mutande?

Assolutamente sì.

Guardi che stamattina presto non si trovava a Tokio ma, in località Guadamello vicino a Narni, Umbria, Italia.

Itaria, Roma.

No! Italia, Narni, Umbria.

Itaria, Pausini, Pavarotti!

Ma che cazzo dice?

Non sia ostile. Si ricordi che l’ospitalità giapponese non ha paragoni in tutto il mondo. È un atteggiamento naturale che ha origine nelle tradizioni più antiche del paese.

Itaria! Fericità!

静かに! Negli onsen - bagni pubblici come vuole che si dica – non si indossa il costume da bagno, in base alla radicata convinzione che tutto ciò che non sia il corpo nudo, sporchi l’acqua. I clienti degli onsen generalmente portano con loro un piccolo asciugamano che usano soprattutto quando percorrono la strada che separa i lavatoi dai bagni. Riguardo all’indossarlo, quando si è in acqua, si pone lo stesso problema dei costumi da bagno. È quindi d’abitudine lasciarlo a bordo vasca, quando ci si immerge. Così deve aver fatto il nostro amico. E poi, la condivisione della nudità – si chiama hadaka no tsukiai ...

Hakada ...

No: hadaka no tsukiai.

Hadaka no tsukiai.

Bravo.

Vada avanti.

Dicevo: l’intimità fisica è un’importante forma di comunicazione, un modo rispettoso per dimostrare di non avere niente da nascondere e, nel contempo, consente di rivelare il proprio autentico essere davanti agli altri. Non è affatto raro sa, che i meeting aziendali vengano organizzati all'interno dei bagni pubblici, e che i dipendenti più giovani lavino la schiena ai propri superiori, favorendo così la cementificazione delle relazioni.

A Tokio.

Mmm, mmmm, a Tokio e in tutto il Giappone.

Lei mi rende nervoso. Gli chieda di esibire i documenti.

Non può. Li ha lasciati nello stipetto. E dove, altrimenti?

Sì, ma, Toshiro Mifune, qui, l’hanno trovato stamattina, più o meno alle otto, fra Guadamello e San Vito. E come c’è arrivato? Col teletrasporto?

È un’ipotesi interessante.

Mi prende per il culo?

Guardi: sa cosa le dico? Io un bagno con lei non lo farei mai.

Ah, perché: sono misti?

La maggior parte.

Io, invece ... perché no? Non credo sfigurerei.

Oddio, i luoghi comuni no, eh?

Beh, se tanto mi da tanto ...

最寄りの地下鉄の駅はどこですか?

Cosa dice?

Ha chiesto dov’è la stazione della metropolitana più vicina. Deve aver perso l’orientamento.

E ci credo. Oggi non è giornata, non è giornata.

Cosa gli dico?

Gli chieda cosa ci faceva nudo nel bosco.

Scusi, non vorrei mancarle di rispetto ma, credo pensi di trovarsi ancora a Tokio. Altrimenti non avrebbe parlato di metropolitana.

私はクローゼットの中に私の服を取るために行くことができますか?

E daje con ‘sto curòozetto!

Visto?

Cosa?

Chiede di poter riprendere i suoi abiti nello stipetto.

A Tokio?

Tokio. Tokio! あなたが望むなら、私はあなたの背中を洗うことができます。

Traduca.

Dice che, se vuole, può lavarle la schiena.

A chi?

A lei.

La schiena?

Sì. Se si spoglia, mette le sue cose nello stipetto, si purifica per bene secondo il rituale del furo lui, poi, le lava la schiena.

Ha detto tutto questo?

No, la storia del furo l’ho aggiunta io.

Cosa sta facendo?

Stia zitto per favore.

Nuvole di fiori:

il suono della campana arriva

da Ueno o da Asakusa.

Ha detto Asakusa, la stazione del metrò. Cosa vuol dire?

Sshhh!

Affaticato

mentre cerco albergo,

mi scopro sotto i fiori di glicine.

È la sua anima che parla. Lei non può capire.

Ci provi.

Sono diciassette sillabe. Non una di più, non una di meno. Leggere come una carezza. È uno haiku. Gioielli impensabili per la vostra cultura.

Mi scopro sotto i fiori di glicine.” Mi scopro ... mi trovo ma, anche ... mi denudo ... Andiamo! Lasciamoci guidare. Torniamo nel bosco dove l’abbiamo trovato, vicino al laghetto. Forse capiremo.

Perdoni se poco fa le ho detto che non farei mai un bagno con lei.

Non importa. Faremo come fa lui. È sabato mattina, no?

Arigatō.

Di nulla. Andiamo.

 

   
tazza pedalaognigiorno

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